Per chi non sapesse la vicenda: http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/24/news/martone_laureati-28671973/?ref=HREC1-2

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Oggi, il vice-ministro al Lavoro e alle Politiche Sociali Michel Martone, ha affermato che chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato e che chi non ha voglia di studiare deve andare al professionale.

Senza discutere sulla sobrietà dell’affermazione, non che è forse chi si laurea in ritardo non lo fa perchè si diverte ad andare male agli esami e cazzeggiare (ipotesi da tenere in considerazione nel caso dei ragazzi ricchi che non hanno bisogno di una laurea perchè il lavoro ce l’hanno già), ma perchè tasse universitarie (tra le più alte in europa), corsi estenuanti e necessità di sostentamento rendono più difficile il percorso accademico? Per non parlare delle dinamiche familiari di ciascun studente, che, per laurearsi in tempo, ha bisogno di tranquillità e sicurezza. Non penso proprio che i figli di operai possano tranquillamente “parcheggiarsi” in un Ateneo e aspettare le calende greche, ossia quando finiranno gli studi.

Senza poi contare che il percorso di crescita di una persona è individuale ed è determinato dal percorso scolastico, variando da persona a persona, uno non può pontificare una soglia di età dopo la quale, se non hai ancora acquisito la laurea, sei etichettabile come sfigato.

Riguardo agli istituti professionali intervengono, secondo me, anche questioni sociali. E’ sotto gli occhi di tutti il fatto che nei professionali i figli di immigrati sono molti di più che nei licei, inoltre, nei professionali si incontrano figli di operai che, per tirare avanti, hanno bisogno di un altro soggetto attivo nel mondo del lavoro.

Non tengo neanche conto della ritrattazione seguita a queste sue affermazioni, ne ho sentite troppe in questo periodo.

L’affermazione di Martone pertanto è da ritenersi classista e anche spregiativa, fatta da una persona senza senso di collettività e dello Stato. I tecnici, come ormai è sotto gli occhi di tutti, si dimostrano cinici, con poca coscienza del sociale e delle “cose pubbliche”.

A volte nella mia scuola (e penso anche in quelle di tutto il mondo) capita che i professori si organizzino male con le interrogazioni e verifiche, la componente studentesca della classe fa notare al docente che sarà difficile portare a termine con successo tutte le prove, il professore invece rimane irremovibile (salvo qualche caso) sulle sue scelte perché deve portare in consiglio di classe tot. voti orali e scritti. Chi ha ragione, gli studenti o i professori?? Beh, voi penserete che, poiché chi scrive è uno studente, il giudizio è fin troppo scontato, tuttavia non salterei a conclusioni così affrettate.

E’ palese che gli studenti sono lì per imparare mentre i professori per insegnare, è altrettanto pacifico che lo studente ha una serie di doveri quali organizzare il proprio lavoro in vista di eventuali impegni futuri, stare attento in classe, ecc… Penso che tuttavia anche i professori abbiano alcuni doveri da adempiere e non solo i soliti come essere disponibili a chiarimenti, dare valutazioni trasparenti ed adeguate alla prova, ma anche sapere organizzare il lavoro degli studenti (perché se nessuno dice loro se c’è una verifica allora non conoscono neanche i sopracitati “impegni futuri”, per non parlare degli argomenti da spiegare).

La figura del professore rappresenta il capo della classe; è lui che influenza sentimenti, stati d’animo e giornate intere degli studenti, è lui quindi che dando il buon esempio ai suoi studenti può poi reclamare organizzazione e lavoro da parte di questi. Inoltre è lo stesso corpo docente che decide del futuro di un ragazzo.

Tuttavia noi studenti non siamo immuni da critiche, noi dobbiamo riuscire ad organizzarci nei tempi concessi, dobbiamo prevedere che in prossimità della fine dei quadrimestri i professori saranno più inclini ad interrogare e noi a ciò non possiamo opporci. L’unica cosa che si può fare è rimanere a casa, ma il professore ha il coltello dalla parte del manico, lui ,come già detto, decide di te.

L’organizzazione del lavoro scolastico è una cosa abbastanza impegnativa ed, in definitiva, richiede l’impegno di studenti e docenti, i quali, anche se smemorati e poco affidabili sono coloro che in buona parte contribuiscono al nostro processo di crescita mentale portandoci ad un futuro piuttosto che ad un altro.

A chi avesse avuto la fortuna (meglio chiamarla sfortuna) di leggere l’articolo apparso su “L’Espresso” di Alessandro De Nicola, docente dell’Università Bocconi di Milano, un’ateneo piuttosto in voga di questi tempi, vorrei proporre questa mail da me mandata all’autore dell’articolo.

Egregio professor Alessandro De Nicola,
sono uno studente di 18 anni di Milano, frequento il liceo scientifico e ho letto il suo articolo apparso su “L’Espresso” del 19 gennaio 2012.
Nel pezzo Lei afferma che “l’Italia langue da decenni in fondo alle classifiche di competitività e della facilità di iniziativa imprenditoriale”, tuttavia non ha enumerato nemmeno una fonte da cui ha tratto queste informazioni.
In seguito, Lei dichiara riguardo alla costruzione di aeroporti che “non sono né troppi, né tanti”, beh, in Italia abbiamo 96 aeroporti(dati ENAC), in Francia 94, mentre in Inghilterra questi sono molti meno. Lei, inoltre, scrivendo che i privati mettono di tasca propria i loro soldi per la costruzione di nuovi impianti, non tiene conto dei lavoratori che potrebbero perdere il loro posto di lavoro a causa della poca accortezza (non regolamentata dallo Stato) degli imprenditori meno attenti.
Riguardo ai servizi postali, Lei stesso scrive che le Poste (escludendo quella che de facto agisce come banca ossia Banco Posta) avrebbero problemi finanziari: non si spiegherebbe allora perché il bilancio debba essere “rinfrancato”da Banco Posta. L’intervento dello Stato in questo caso è fondamentale perché, con le e-mail, gli introiti da francobolli e marche da bollo sono evidentemente scesi, e a questo punto, chi si comprerebbe le Poste?
La situazione ferroviaria italiana, nonostante la politica dell’azienda di Stato sempre più incentrata sui servizi veloci, offre prezzi molto bassi e non penso che, privatizzandola, la concorrenza tra la “neonata” Trenitalia e NTV porterebbe ad effettivi vantaggi per i clienti. Nel caso infatti le aziende si mettessero d’accordo per aumentare i prezzi (cartello) i viaggiatori ne sarebbero gravemente colpiti (e poi non è vero che nelle stazioni italiane non vi sono gli orari delle ferrovie estere, provi a farsi un giro nella stazione di Verona Porta Nuova).
Diceva Hobbes, cercando di dare una giustificazione della monarchia assoluta, che senza uno Stato vi sarebbe stata una guerra “Omnium contra omnes”, non crede che questo stato conflittuale si possa verificare anche in ambito economico? O, anche lì, a salvarci interverrà una “mano invisibile”?
Loris

Mi pare strano di aver aperto un blog. Era da tanto tempo che ci pensavo, aprire un posto dove poter condividere i miei pensieri, le mie idee, un posto non necessariamente famoso (non avrò neanche i “25 lettori” manzoniani), ma almeno un posto di comunicazione.

Qui troverete, se avrete la pazienza di leggere e di capire cosa scrivo, articoli riguardanti attualità, politica e storia.